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Ho lavorato per la prima volta con i monaci tibetani nel settembre 1996. Per una serie di “coincidenze”, subito dopo essermi rasato a zero per partecipare ad uno spettacolo, sono stato contattato da un regista greco-americano, Vasla Kalitsis per partecipare alle riprese di un video insieme a 13 monaci tibetani ed a 12 occidentali.

Ciò che sapevo del LAMAISMO fino a quel momento veniva dalla lettura di “Vita di Milarepa” e da una passione adolescenziale per un Fumetto della Marvel: il Dottor Strange. Strange usciva con grande facilità dal corpo fisico, viaggiava in varie dimensioni e combatteva il male a colpi di “MANTRA” e di “MUDRA”. In fondo in fondo speravo che i monaci mi avrebbero insegnato qualche giochino magico, ma “ il Manzo non esiste”.

Lo yoga tibetano consiste, in gran parte, in un durissimo allenamento del Corpo e del “SISTEMA NERVOSO CENTRALE”.

Non esistono scorciatoie per ottenere poteri psichici.

Lobsang Jinpa e Lobsang Puntsok “Dhosam” ( che continuo a considerare i miei maestri nonostante non abbia loro notizie da anni) non erano stregoni e a dir la verità, a parte la tonaca e il cranio rasato, non sembravano neppure preti. Sicuramente erano persone con una cultura ed una sensibilità fuori dall’ordinario.

La mia giornata cominciava alle 5 del mattino. Uscivo all’aperto e facevo “Ginnastica” con Jinpa, l’anziano del gruppo. Una serie di esercizi molto vigorosi, simili al Chi Kung praticato dagli Shaolin, intervallati da massaggi a percussione.

Seguivano poi, fino a sera inoltrata, i mantra e gli esercizi fisici, gli esercizi di meditazione e visualizzazione.

Alla base della “filosofia” tibetana ci sono il concetto di “Impermanenza”(nel cosmo tutto è in fase di trasformazione, niente è eterno neppure le divinità) e l’illusorietà della realtà fisica. Di fatto la percezione di un fenomeno dipende dalla cultura di chi lo percepisce: se mi siedo su uno scoglio in riva al mare e osservo una nave scomparire all’orizzonte ho la percezione quasi immediata della sfericità della terra, eppure per secoli e secoli gli europei hanno creduto che la terra fosse una piattaforma sospesa nello spazio quasi avessero degli occhiali deformanti. Aristarco di Samo, che quasi mille anni prima di Galileo vedeva la terra come una sfera che gira intorno al sole (ci scrisse addirittura un trattato”Sulle dimensioni e distanze del Sole e della luna”) fu dapprima deriso e poi, mi pare, eliminato fisicamente.

L’uomo non vede ciò che è, ma quello che è convinto di vedere. Uno degli scopi delle tecniche di meditazione è quindi quello di rimuovere i filtri culturali (ciò che gli indiani definiscono “MAYA”) che rendono inattendibile la nostra percezione della realtà.